Per la seconda volta in due settimane, a Bamako si trascorre la domenica al suono di elicotteri e droni di sorveglianza che sorvolano la città. Questa volta però, a differenza del 18 giugno, giorno dell’attentato che ha causato dieci morti al Campement Kangaba, resort per espatriati occidentali e ricchi maliani, non è per via di un attacco terroristico. Il presidente francese Emmanuel Macron, che aveva già visitato il Mali il 19 maggio, è tornato a Bamako per presenziare la riunione straordinaria del G5 Sahel decisa proprio l’indomani dell’attentato al Campement Kangaba. All’ordine del giorno dell’incontro fra i presidenti di Mali, Mauritania, Burkina Faso, Niger e Ciad l’accelerazione della creazione di una forza multilaterale antiterrorismo, la cosiddetta “Force Sahel”, che prevede il dispiegamento di 10mila soldati saheliani (inizialmente 5mila, cioè mille per paese) nella lotta contro Al Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqmi) e i suoi affiliati nella regione. Un nuovo esercito che il 21 giugno ha incassato l’unanimità al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nonostante i malumori di Stati Uniti e Gran Bretagna convinti all’ultimo dalla Francia ma inizialmente preoccupati, secondo indiscrezioni, dal costo di tale esercito. La “Force Sahel” infatti, stando alle parole del presidente del Mali Ibrahim Boubacar Keita, richiederebbe fondi pari a 423 milioni di euro. 

Limportante è che questa forza congiunta sia pienamente operativa per lautunno, con i primi finanziamenti sbloccati () e che ottenga i primi risultati”, gli ha risposto Macron durante la conferenza stampa alla fine del summit del G5. Il presidente francese ha promesso aiuto finanziario, 70 veicoli tattici e materiale dintelligence per un valore complessivo di 8 milioni di euro, sottolineando che la Francia contribuisce già alla sicurezza nel Sahel con il 50% del budget consacrato alle missioni allestero. Gli 8 milioni annunciati da Macron si aggiungono ai 50 promessi a inizio giugno da Federica Mogherini che, in visita a Bamako, ha ribadito limportanza strategica di questa regione per lUnione Europea, preoccupata tanto del terrorismo quanto dei migranti provenienti dallAfrica subsahariana. I 5 paesi saheliani, compreso il Ciad inizialmente restio, si sono impegnati a contribuire con 10 milioni di euro ciascuno, mentre lUnione Africana (UA) ha fatto sapere attraverso Ibrahim Boubacar Keita, capo di turno del G5 Sahel, che stanzierà lo 0.2% del proprio budget per la creazione della forza congiunta. Alcuni commentatori maliani critici nei confronti dellimpegno delle istituzioni africane nella lotta al terrorismo hanno sottolineato su Twitter, calcolatrici alla mano, che la promessa dellUA ammonterebbe a meno di un milione di euro. In ogni caso siamo lontani da quanto richiesto affinché la nuova forza possa realmente pesare contro i gruppi jihadisti saheliani.

“Ci vuole un nuovo approccio” ha detto il presidente della Francia a Bamako annunciando un’urgente riunione di finanziatori. “Meno parole e più fatti concreti per attirare i donatori”. Una visione che, per ora, sembra però ricalcare la precedente “dottrina Hollande”, cioè più sicurezza (anche in patria) attraverso una crescente militarizzazione del Sahel. Una strategia che negli ultimi cinque anni di guerra contro Aqmi non ha dato i frutti sperati. Anche se i raid francesi colpiscono sporadicamente l’organizzazione terroristica e i suoi quadri nascosti nel nord del Mali, Aqmi puntualmente sostituisce le pedine e, come un’Idra, rigenera le sue teste quando vengono amputate. Come successo a inizio marzo, quando dopo l’ennesimo raid franco-americano che annunciava la morte di Mokhtar Bel Mokhtar (tuttora introvabile), l’organizzazione terroristica ha pubblicato un video in cui proclamava la creazione di una nuova sigla regionale, il “Gruppo dei difensori dell’Islam e dei musulmani”, una fusione dei diversi gruppi jihadisti attivi nella zona (Ansar Addin di Iyad Ag Ghali, proclamato capo della nuova sigla, la Katiba Macina di Amadou Kouffa e al-Morabitoun di Bel Mokhtar) sotto la bandiera di Al Qaeda.

Nella sola settimana dell’ultimo attentato a Bamako, decisamente meglio organizzato dei tre precedenti che risalgono al 2015 e 2016, il nuovo gruppo ha firmato anche altri cinque attacchi nel nord e centro del Mali contro posizioni dell’esercito e della “Minusma”, la Missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite in Mali, la più sanguinosa operazione della storia dell’ONU con oltre 110 caschi blu rimasti uccisi dal 2014. Il giorno prima del summit Aqmi ha pubblicato un lungo video in stile-Isis in cui vengono mostrati i 6 ostaggi (una francese, una colombiana, una svizzera, un rumeno, un sudafricano e un australiano) ancora detenuti con un’esplicita richiesta ai loro governi di negoziarne la liberazione. Come successo, pochi giorni dopo l’attacco al Kangaba, a Johan Gustafsson, turista svedese sequestrato nel 2011 e rilasciato sotto il pagamento di un riscatto smentito dalla Svezia.

Oltre alle crescente pericolosità di Aqmi e accoliti, c’è da registrare anche la recente riapparizione di Adnan Abu Waleed al-Sahrawi, ex-braccio destro di Bel Mohktar e jihadista dissidente di al-Mourabitoun. Nonostante la scarsa rilevanza dell’episodio in questione (la razzia di un villaggio della regione di Menaka, nel nord del Mali) a preoccupare gli analisti è l’affiliazione del gruppo di Al Sahrawi al sedicente Stato Islamico che in Africa come alleati conta solo Boko Haram in Nigeria. Un’accesa rivalità, quella fra Al Qaeda e Stato Islamico, che potrebbe portare ad azioni terroristiche eclatanti, come i passati attentati contro obbiettivi occidentali a Bamako, Ouagadougou e Grand Bassam, in Costa D’Avorio.

Continue scorribande jihadiste a cavallo delle frontiere saheliane con “150 soldati africani uccisi da febbraio”, ricorda Macron nel discorso introduttivo al summit di Bamako, impongono senza dubbio una risposta regionale, come già visto nel cambio di strategia della Francia nel 2014 (dalla missione Serval in Mali al dispositivo Barkhane con circa 4000 uomini sparsi in diversi paesi della zona) seguito anche da USA (Africom) e Germania, che stanno aprendo basi in tutta la regione. Ma un approccio meramente militare fornirebbe soluzioni parziali a crisi socio-economiche radicate e strutturali. Lo sa bene Macron che a Bamako ha annunciato un cambio di rotta nella lotta al terrorismo globale, oltre che 200 milioni di euro da destinare nei prossimi cinque anni all’Agenzia francese per lo sviluppo. Se agli impegni sbandierati in Mali seguiranno fatti concreti, allora la Force Sahel forse non diventerà l’ennesima creatura menomata di una comunità internazionale che, qui come altrove, dimostra sempre più profondamente i propri limiti.

 

Andrea de Georgio, giornalista freelance di base a Bamako (Mali) e ISPI Associate Research Fellow


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